Definiamo la gig economy

Definiamo la gig economy

Giorgia Cassiero, rider di Deliveroo, ci definisce la gig economy: con il termine gig economy si sottintende uno scenario molto ampio di modelli lavorativi, al quale si aggiunge una platea di lavoratori coinvolti sensibilmente da molteplici variabili, le quali impattano in maniera rilevante sulle condizioni in cui essi svolgono le attività su piattaforma.

Con il termine gig economy si sottintende uno scenario molto ampio di modelli lavorativi, al quale si aggiunge una platea di lavoratori coinvolti sensibilmente da molteplici variabili, le quali impattano in maniera rilevante sulle condizioni in cui essi svolgono le attività su piattaforma.

Tra queste variabili, tre di esse in particolar modo concorrono a delineare efficacemente l’eterogeneità del panorama della gig economy [1]:

- Lo svolgimento del lavoro su piattaforma come attività principale o secondaria;

- L’offerta di una prestazione manuale o intellettiva;

- Il patrimonio minimo di competenze utili per fornire il servizio.

È possibile pertanto individuare due dimensioni caratteristiche di questa tipologia di lavoro non standard: la prima è quella, già accennata, del crowdwork. Con questo termine si intende un tipo di lavoro eseguito attraverso le piattaforme online, che fungono in questo caso da punto di incontro per organizzazioni, aziende e singoli lavoratori, i quali pertanto possono connettersi fra loro su base globale [2]. Si va a creare un match pressoché immediato tra un soggetto richiedente un bene o un servizio e un soggetto in grado e disponibile a fornirglielo, in virtù di alcune sue caratteristiche, fra le quali un giudizio sulla sua affidabilità e un sistema di rating, interno al sistema o dato dalle “recensioni” dei consumatori [3].

La natura di questi lavori è molto variabile: si va dalle microtasks come nel caso di Amazon Mechanical Turks a lavori più strutturati, spesso nell'ambito del digitale, come avviene sulla piattaforma Upwork. Questa tipologia non standard di lavoro si caratterizza per costi e rischi minori per il lavoratore, maggiore flessibilità ma al contempo, un livello di competizione molto più forte, potenzialmente a livello globale, alimentata, in alcuni casi, da sistemi di retribuzione che prevedono il pagamento solo per la prima persona che riesce a completare la propria task con successo [4].

La seconda dimensione è invece quella del lavoro on-demand tramite app, che prevede attività di lavoro più tradizionali, spesso identificate come “lavoretti” quali consegne, trasporto, riparazioni, pulizie, che però vengono richiesti dai clienti e assegnati attraverso le piattaforme online, tra le quali si enumerano Deliveroo, Uber, Foodora eccetera. Le aziende che forniscono questi tipi di servizi non si limitano a fare da intermediari, ma intervengono nel rapporto impostando degli standard minimi di servizio e occupandosi della selezione e della gestione della forza lavoro. In questo caso la prestazione comporta il contatto tra il cliente finale e il prestatore di lavoro, pertanto il luogo effettivo di lavoro è locale, mentre l’intermediazione tra l’utente finale e il lavoratore avviene tramite le applicazioni predisposte.


[1] Dagnino, E., “Uber law: prospettive giuslavoristiche sulla sharing/on demand economy” in Adapt LabourStudies, giugno 2015, p. 4.

[2] De Stefano, V., The rise of “just in time workface”: on demand work, crowdwork and labour protection in the “gig economy”, ILO Conditions of work and employment series, n.71, Ginevra, 2016, p. 2.

[3] Aloisi, A., Il lavoro “a chiamata” e le piattaforme online della collaborative economy: nozioni e tipi legali in cerca di tutele, in Labour and Law Issues, vol.2, n.2, 2016. p.23.

[4] Todoli-Signes, A., “The End of the Subordinate Workers? The On-Demand Economy, the Gig Economy andthe Need for Protection for Crowdworkers”, in International Journal of Comparative Labour Law and Industrial Relations, 33, n.2, 2017, p. 248.



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