From Scale-Up to Open Innovation: ne parlano Fabio Carati e Letizia Piangerelli

From Scale-Up to Open Innovation: ne parlano Fabio Carati e Letizia Piangerelli

Il 31 gennaio 2018 ha avuto luogo presso le Scuderie di Bologna “From Scale-up to Open Innovation”, il primo di una lunga serie di eventi organizzati da Bologna Start-Up, il cui principale obiettivo è favorire l’incontro informale tra coloro che operano nel mondo start-up emiliano-romagnolo.

La serata, presieduta da Federico Strollo, ha visto la partecipazione di due speaker, Letizia Piangerelli e Fabio Carati, che hanno portato le loro testimonianze all’evento rendendolo una stimolante fonte di apprendimento.

Entrambi gli speaker si occupano di cultura dell’innovazione: Letizia Piangerelli accompagna imprese sociali e cooperative nel percorso di innovazione più adatto al raggiungimento della loro mission, facendo formazione e consulenza nell’approccio all’open innovation. Fabio Carati, che vanta collaborazioni con diverse start-up europee, è un ingegnere che si occupa di open innovation in Tim.

L’open Innovation

L’open innovation consiste nel creare partnership con aziende specializzate in innovazione e non deve essere tanto il fine ultimo dell’innovazione, quanto lo strumento. Gli speaker affermano che l’open innovation oggi è ancora di tipo top-down, quando, essendo l’innovazione una necessità che parte dal mercato, si tratta di un processo le cui condizioni essenziali sono flessibilità e partecipazione.

Secondo entrambi gli speaker, la figura del project manager dell’open innovation in Italia esiste ma se ne contano pochissimi, a differenza che in Francia, dove numerosi profili linkedin sono legati a questo ruolo. Letizia Piangerelli sta facendo una serie di ricerche per capire in concreto di cosa si occupano le persone che si qualificano in questi termini.

Da Startup a Scale-up

Argomento centrale di questo specifico incontro è stato il passaggio, definito come “complesso”, da start-up a scale-up: la start-up, dice Carati, nasce da un gruppo di amici e colleghi che strutturano un’idea di business. Se il prodotto funziona e i feedback del mercato sono positivi, potrà diventare una scale-up, strutturarsi cioè come una vera e propria azienda, indicativamente con 20-30 dipendenti e un fatturato di almeno un milione di euro annuo. In Italia questo passaggio risulta particolarmente complicato: per poter passare alla fase di scale-up una start-up necessita di investimenti significativi, nell’ordine dei 6-7 milioni di euro, difficilmente reperibili nel nostro Paese già per cifre più irrisorie.

E’ per questa ragione che molte imprese italiane espatriano, tendenzialmente negli Stati Uniti. Secondo Carati le mete più ambite sono Boston, New York e soprattutto la Silicon Valley, luogo in cui si è sviluppato un ecosistema che sta facendo business forte di un linguaggio comune d’impresa, in cui gli imprenditori sviluppano i propri business senza attriti e competizione malsana.

Un confronto tra gli investimenti nel Vecchio e nel Nuovo Continente

Carati racconta che un’altra grande differenza tra il nostro Paese, o in generale l’Europa, e gli Stati Uniti è rappresentata dalla stessa natura degli investimenti: in Italia gli investimenti arrivano soprattutto da private equity, con una logica di fondo invasiva e speculativa, completamente diversa da quella degli USA, dove la modalità di fare impresa è attiva e gli investitori si impegnano a cercare il mercato e a fare network per le imprese in cui hanno investito, abbandonando logiche speculative istituzionali.

Inoltre, mentre gli investitori europei sono maggiormente number oriented e si basano unicamente su metriche o numeri con la tendenza a considerare il talento come qualcosa di acquistabile, in Silicon Valley gli investitori agiscono da mecenati e privilegiano il talento, lo scovano e lo allenano.

Letizia Piangerelli: innovazione nelle imprese sociali e nelle cooperative

Letizia Piangerelli affronta poi il tema dell’innovation alla luce della sua esperienza con imprese sociali e cooperative. In questo settore la questione è ancora più articolata, in quanto imprese sociali e cooperative sono legate fortemente al contesto territoriale, e ciò ostacola la scalabilità del business. L’applicazione di open innovation può infatti funzionare bene caso per caso, ma non essere ripetibile in situazioni analoghe in quanto legate ad altri territori e contesti differenti.

Le cooperative sociali  considerano sempre più l'innovazione aperta una strategia utile per la propria crescita, tuttavia l'approccio allo scaling può essere diversificato: essendo imprese nate per rispondere a bisogni spesso legati a uno specifico territorio, esse spesso seguono la logica mista di far crescere l'impresa nel territorio di riferimento e accompagnare al tempo stesso altre realtà simili in altri territori a replicare il modello, eventualmente accompagnando il trasferimento. Un esempio di questa doppia possibile traiettoria è dato da Local To You, e-commerce bolognese di prodotti da agricoltura biologica, che propone un modello replicabile anche da altre imprese in territori differenti.


Letizia dice che tutto il mondo del lavoro sociale ha necessità di innovare e ciò risulta complesso senza rivolgersi a partner esterni, in quanto soprattutto le imprese più piccole sono nate da professionisti del settore sociale purtroppo sprovvisti di competenze digitali e finanziarie.


Altro tema che si è toccato: l’intrapreneurship

Tema fortemente legato all’open innovation è l’intrapreneurship, sinergia che si crea quando, all’interno di un’impresa, nasce da parte di alcuni colleghi l’iniziativa di creare uno spin-off,il quale a sua volta ha le potenzialità per dar vita a una nuova impresa. Una situazione del genere può portare numerosi vantaggi arricchendo l’organizzazione, ma può anche significare l’abbandono della precedente attività.

All’estero questo rischio non solo è accettato, ma è anche ben visto: spesso sono le stesse imprese a finanziare gli spin-off interni, in modo tale da aiutare i talenti a sviluppare le proprie idee facendo “gemmare” l’impresa stessa.

In Europa l’attuale modello standard di business, invece, prevede che per essere competitivi sia necessario ridurre i costi, tra i quali anche quelli ipoteticamente derivanti da spin-off interni. Si tratta di un problema culturale.

In conclusione

Nelle battute conclusive dell’evento si è ribadito quanto sia difficile innovare in un sistema di misurazione continua, di eccessivo monitoraggio e controllo dei dati, quando invece proprio i dati, così importanti per molti, dimostrano che chi investe in innovazione organizzativa, intesa come partecipazione nell’organizzazione del progetto e open innovation, ha maggiore probabilità di riuscire ad innovare efficacemente, con importanti impatti positivi anche sul conto economico.

Flessibilità, partecipazione, talento, consapevolezza e dialogo face to face/frontale sono gli elementi chiave di cui, dopo questo stimolante incontro di Bologna Startup e Associazione Quadrante in compagnia di Fabio, Letizia e Federico, consigliamo di tenere conto nell’approccio all’innovazione aziendale e all’open innovation.



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