I Pir: strumento a sostegno delle piccole-medie imprese o business per le banche?

I Pir: strumento a sostegno delle piccole-medie imprese o business per le banche?

I piani individuali di risparmio (Pir) rappresentano una novità per il panorama economico-finanziario del nostro Paese. Dopo diversi anni di rodaggio in altri paesi europei, come Francia ed Inghilterra, l’1 gennaio del 2017 i Pir hanno debuttato in Italia. Essi rappresentano una forma di risparmio a medio termine, nata per sostenere l’economia italiana e permettere che i risparmi delle famiglie vadano direttamente ad ausilio delle imprese nazionali di piccole e medie dimensioni

I Pir permettono di investire su un’ampia gamma di strumenti finanziari (azioni, obbligazioni, conti correnti e fondi comuni) e, a patto che l’investimento sia mantenuto per almeno 5 anni, prevedono notevoli agevolazioni fiscali: la legge di bilancio del 2017 ha infatti introdotto (art.1, commi 100-114) un'ampia agevolazione a favore delle persone fisiche che investono in soggetti operanti nell'economia reale con un orizzonte temporale di lungo periodo, consistente nell’integrale esenzione fiscale dei rendimenti derivanti dagli strumenti finanziari (i.e. azioni, quote e simili) immessi nel piano. 

Riscattando il quantum investito prima dei 5 anni previsti, sarà necessario pagare le imposte sulle rendite finanziarie (aliquota del 26%) anche per gli anni precedenti, maggiorate degli interessi. E’palese che il fine di tale manovra sia proprio quello di mantenere il denaro investito il maggior tempo possibile, o almeno per un minimo di 5 anni.

Dal punto di vista fiscale, l’investimento in Pir viene considerato alla stregua di una «cessione a titolo oneroso», tanto che l'intermediario (o la compagnia assicurativa) con il quale si stabilisce il rapporto deve procedere all'applicazione dell'imposta sostitutiva sulle plusvalenze o sugli altri redditi realizzati – alla data del conferimento – ai sensi dell'art.6 del decreto legislativo 21 novembre 1997, n.461. 

I Pir sono riservati alle persone fisiche, pertanto le aziende, in qualità di persone giuridiche, non li possono sottoscrivere; inoltre ogni singolo investitore può sottoscrivere un solo piano di risparmio per volta. 

Il 21% del portafoglio deve essere investito in strumenti finanziari emessi da imprese diverse rispetto a quelle presenti nell’indice di borsa Ftse Mib. In tal modo, le risorse raccolte tramite i Pir verranno impiegate in aziende di dimensioni ridotte, ad esempio sul segmento Star o sul mercato Aim. Tra le prime società di gestione italiane che hanno iniziato a proporre i Pir possiamo elenchiamo Anima, Arca, Pioneer, Eurizon Capital (Intesa Sanpaolo), Fia Asset Management e Zenit.

Al fine di promuovere la diversificazione, il gestore di un Pir non può destinare più del 10% del portafoglio a strumenti emessi dallo stesso emittente. 

Essendo destinati prevalentemente ai piccoli risparmiatori, non sarà inoltre possibile investire nei Pir una somma maggiore di 30mila euro all’anno, per un massimo di 150mila euro impiegabili nell’arco dei 5 anni. 

La sfida è ormai lanciata: sarà interessante osservare lo sviluppo di questa nuova forma di risparmio in un Paese come il nostro, la cui scarsissima preparazione finanziaria molto spesso finisce per precludergli numerose possibilità. 

Il dibattito

I costi dei Pir, strutturati in più voci (le commissioni di ingresso, di gestione e di incentivo), sono oggetto di un dibattito in corso: c’è chi li reputa eccessivi e chi, al contrario, li considera allineati con i costi dei prodotti finanziari di analogo rischio. 

Inoltre, altra critica che i Pir hanno ricevuto è quella concernente il concreto rischio che, piuttosto che i risparmiatori stessi, a guadagnare con questo business saranno le banche e le società di gestione che li vendono. A sostegno di tale tesi va il fatto che gli incentivi fiscali introdotti per questi piani di risparmio favoriscano investimenti poco liquidi, cioè destinati a piccole imprese le cui azioni non sono facilmente vendibili sul mercato dall'oggi al domani. 

Finora i Pir hanno raccolto circa tre miliardi di euro, cifra di gran lunga superiore all’aspettativa e le prospettive della raccolta sono in netta crescita. 

Tuttavia, le aziende che dall’inizio dell’anno si sono quotate in borsa nel segmento dedicato alle Pmi (che avrebbero dovuto essere le maggiori utilizzatrici del Pir) sono state meno di 10 e, a fine agosto 2017, avevano raccolto solo 188 milioni di euro di investimenti. Da ciò si deduce facilmente che il denaro raccolto in Pir è soprattutto stato impiegato nell’acquisto di azioni di aziende già quotate.

Se da un lato, senza dubbio, i Pir hanno introdotto nuova liquidità sul mercato, dall’altro non hanno raggiunto lo scopo di spingere sempre più Pmi italiane verso la quotazione; queste, vista l’intricata burocrazia, gli alti costi legati alla quotazione ed i maggiori controlli che essa stessa comporta, pare non siano fortemente attratte dall’idea di entrare in Borsa. I Pir possono essere stati una buona idea, ma dovevano necessariamente debuttare insieme a manovre di semplificazione per l’accesso a Piazza Affari.

Inoltre, chi acquista un Pir indirizza gran parte del proprio capitale su un solo paese, l'Italia, dove i risparmiatori hanno già sicuramente investito gran parte del proprio patrimonio, tra immobili e titoli di stato. Pertanto il risparmiatore rinuncia ad una diversificazione a livello geografico dei propri investimenti, che si potrebbe rilevare salvifica qualora vi fosse un crollo della Borsa italiana.

Essendo ancora presto per trarre conclusioni circa l’efficacia di questi nuovi strumenti finanziari, è necessario affacciarsi a questo mondo con le dovute cautele. Se da un lato i Pir, possono rappresentare una forma alternativa di risparmio che può rivelarsi molto utile, soprattutto in un momento di crisi e di instabilità come quello attuale, dall’altro si deve evitare che essi si trasformino in uno strumento che finisca per riempire “le solite tasche” (che non sono di certo quelle dei piccoli risparmiatori). 



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