Open Innovation e startup: la Ricerca degli Osservatori Digital Transformation Academy e Startup Intelligence del Politecnico di Milano

Open Innovation e startup: la Ricerca degli Osservatori Digital Transformation Academy e Startup Intelligence del Politecnico di Milano

Al Convegno “Corporate Entrepreneurship e Open Innovation: innovare con un occhio alle startup!” del 30 novembre 2017 il Politecnico di Milano (https://www.polimi.it/home/) ha presentato i risultati della ricerca dei suoi Osservatori Digital Transformation Academy e Startup Intelligence (www.osservatori.net) che, attraverso le risposte di oltre 270 soggetti tra Chief Innovation Officer e Chief Information Officer e interviste dirette, ha dipinto un quadro complessivo dell’innovazione digitale nelle imprese italiane in termini di risorse impiegate e modalità di governance, studiando il livello di adozione di modelli di Open Innovation e il relativo grado di soddisfazione, investigando come stanno cambiando i ruoli tra startup e aziende. Al Convegno sono intervenuti anche rappresentanti di grandi aziende italiane incaricati di occuparsi dell’Open Innovation in azienda, che hanno raccontato le loro esperienze, sottolineando i punti deboli e i punti di forza di questo processo industriale 4.0.

Cosa vuol dire “Open Innovation”?

Il termine Open Innovation è stato coniato nel 2003 dall’economista americano Henry Chesbrough nel saggio “The era of Open Innovation. Nel saggio l’economista riflette sul fatto che la globalizzazione abbia reso sempre più costosi e rischiosi i processi di ricerca e sviluppo, poichè il ciclo di vita dei prodotti è diventato più breve. Secondo Chesbrough la ricerca compiuta all’interno dei confini dell’impresa, nonostante il timore delle aziende di non essere uniche “proprietarie” delle invenzioni ed i legittimi tentativi di tutelare la proprietà intellettuale con brevetti e altri strumenti, non era più sufficiente per rimanere al passo coi tempi.

Per risolvere tale problema Chesbrough conia un modello di “innovazione aperta” secondo il quale le imprese, per competere sul mercato raggiungendo standard di innovazione più elevati, non possono basarsi soltanto su idee e risorse interne ma devono ricorrere anche a strumenti e competenze tecnologiche che arrivano da agenti esterni; tra questi, startup, università, istituti di ricerca, fornitori, inventori, programmatori e consulenti.

Ad oggi, 15 anni dopo, è anche su questo modello che stanno puntando molte grandi aziende italiane ed internazionali per il loro processo di avvicinamento all’innovazione e all’avanguardia.

Open Innovation: parlano quelli del Politecnico

Dopo il saluto di Alessandro Perego, ordinario del Politecnico di Milano, la parola è passata al responsabile scientifico dell’Osservatorio Digital Transformation Accademy, Mariano Corso: Corso ha descritto una panoramica che illustra le differenze tra passato e presente sulla tematica dell’innovazione digitale, sottolineando la forte crescita del mercato ICT (+1,9 %), trainata dalle grandi imprese italiane che (pare) finalmente stiano reingranando. Il budget per l’innovazione delle aziende coinvolte nello studio è cresciuto del 43% e pare i loro investimenti siano prevalentemente indirizzati verso i Big Data e la dematerializzazione.

Stefano Mainetti, CEO del PoliHub (http://www.polihub.it/) - Startup District & Incubator – parla dell’innovazione nel 2017: se l’innovazione è iniziata con internet negli anni novanta, oggi si parla addirittura di big bang Innovation: il fenomeno della digital disruption, con l’impatto sempre più rapido e profondo di trend quali i Big Data, l’Internet of Things e l’Artificial Intelligence, rende sempre più difficile per le aziende rapportarsi con l’innovazione. Facendo un bilancio complessivo della situazione si evince che le aziende hanno ridotti i ricavi e, dovendo investire ancora di più in ricerca e sviluppo, corrono il rischio di non riuscire a resistere sul mercato. Non si può avere un approccio difensivo nel medio periodo e, proprio per questo, è necessario trovare modi differenti di innovare, compiendo innovazione in modo congiunto, attraverso una condivisione sia dei costi necessari per la ricerca che dei suoi risultati.

L’Open Innovation, dunque, è una possibile soluzione che vanta un ampio novero di strumenti adottabili per le aziende: lo startup scouting, gli hackaton, gli acceleratori, i fondi di venture capital ed, esternamente, anche l’università. Difatti, mentre l’azienda ha i capitali, l’università ha come scopo proprio la ricerca: ha laboratori dove si fanno prototipi a prezzi contenuti ma difficoltà a reperire i fondi nella prima fase. Le aziende e l’università nutrono, dunque, propri bisogni che possono risolversi compensandosi a vicenda.

Sulla falsariga degli science park, il Polimi ha creato in accordo con la Shinhan university (http://en.shinhan.ac.kr/) il Polihub, un apposito distretto dell’innovazione, e sta creando importanti occasioni di contatto con le pmi del territorio.

A seguire, Alfonso Fugettaordinario di informatica del Polimi e direttore del CEFRIEL (https://www.cefriel.com/it/), con qualche costruttiva provocazione dice che, almeno in Lombardia, le cose stanno andando meglio. Il CEFRIEL ha ottenuto record di ricavi e profitti nel 2017 ma, per la prima volta dopo 3 anni di crescita, i ricavi saranno più all’estero che in italia. Tutto ciò lo spaventa. Secondo Fugetta bisogna mettere da parte l’idea che l’innovazione costa poco, è gratuita, la fanno gli altri e ad usarla sarà il consumatore finale. “Non si fa innovazione perché si compra una macchina più tecnologica, quello è commodity non innovazione”, dice Fugetta, che sottolinea anche quanto sia sbagliato pensare che le startup sono piccole aziende con giovani lavoratori da pagare poco.

Testimonianze delle aziende che hanno collaborato alla ricerca dell’osservatorio

I portavoce di importanti aziende del territorio italiano hanno parlato di come le società in cui lavorano guardano all’innovazione adottando i modelli offerti dall’Open Innovation.

Marco Cittadini della Falck Renewables racconta della nascita di una startup interna dell’azienda, atta a creare una piattaforma utile ad estrarre il massimo valore dagli impianti rinnovabili e dalle tecnologie che stanno innovando l’offerta. Secondo lui “lo strumento digitale permette l’efficientamento degli asset e dell’energia”.

Carlo Garuccio – head of strategy di SISAL – sottolinea che, mentre un tempo la durata dei loro prodotti era di 30/40 anni, i nuovi prodotti introdotti da SISAL hanno cicli sempre più brevi, e la necessità di innovazione è nei modelli di payment più che nel gaming. Prima l’innovazione era sostanzialmente disorganizzata, e risiedeva nelle competenze dei manager che guidavano i vari dipartimenti aziendali, oggi, invece, SISAL sta sperimentando un modello di corporate enterpreneurship indirizzato soprattutto nell’ambito dei pagamenti digitali, con l’obiettivo di creare una startup, una unit a sé stante dotata di tutte le leve necessarie per sganciarsi dai limiti propri di una più ampia infrastruttura aziendale.

Matteo Mingardi – Innovation manager Pelliconi – parla dell’Innovation Unit creata a 200 metri dall’azienda, esternamente a Pelliconi: a suo parere lavorare in tal modo è più semplice, poiché più la unit è slegata dalla casa madre più risulta flessibile l’approccio al lavoro. Si vorrebbe arrivare a dare un taglio definitivo al cordone ombelicale tra tale unit e la casa madre, creando una Newco capace di gestire anche i progetti dei diretti competitor di Pelliconi.

Gianluca Giovannetti invece porta la testimonianza di Amadori, che sta per lanciare con i suoi stessi competitor un laboratorio sul FoodTech.

Per ora ci fermiamo qui, ma in una seconda pubblicazione commenteremo i dati raccolti dal team dell’Osservatorio Startup Hi-tech del Politecnico di Milano diretto da Antonio Ghezzi.



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